LeAli alla Sicilia: governare o dimettersi

LeAli alla Sicilia: governare o dimettersi
17 settembre 2012

“Sono stati presentati 47 simboli, ma non ci saranno 47 liste. Alcuni stanno solo presidiando la loro identità. Inutilmente. In ogni caso – ha detto Davide Giacalone, di LeAli alla Sicilia – il problema non è l’eccesso di offerta politica (magari!), ma la sua estrema povertà. Al punto che la gran parte degli elettori si propongono di non andare a votare”.
“Si pensi a un dato, rivelatore: chi, nella scorsa legislatura, vinse le elezioni (il centro destra), sommato a chi ha costituito la maggioranza di governo (il centro sinistra), sommato ancora a chi si raccoglie attorno al vecchio e fallimentare presidente, totalizzeranno meno della metà dei voti dei siciliani. Questa è la bancarotta democratica, che accompagna quella economica”.
“I partiti – prosegue Giacalone – ragionano così: nessuno avrà la maggioranza per governare, ma ci metteremo d’accordo perché gli eletti non saranno così pazzi da provocare lo scioglimento dell’Assemblea e rimetterci il posto”.
“Infatti – ha concluso Giacalone – non dovranno sciogliersi, saranno commissariati. E ora vi dico cosa farei se fossi eletto: prenderei il nostro programma, fatto di tagli alla spesa e libertà per la ripresa, ideato per ridurre il peso di una Regione inefficiente e clientelare, lo porterei davanti all’Assemblea e chiederei il via libera per un governo totalmente svincolato da forze politiche prive d’idee, ma non prive di brame. Lo farei alla luce del sole, senza trattare e senza cedere a condizionamenti. Se l’Assemblea negasse il voto mi dimetterei, per non tradire la fiducia dei cittadini e per offrire loro l’opportunità di completare il lavoro, licenziando gli irresponsabili. Siccome dalla spesa pubblica regionale dipendono molti interessi, compresi quelli dei più influenti gruppi economici ed editoriali presenti nell’Isola, ciò spiega il perché posizioni di questi tipo vengono silenziate, e perché non ci si dispera innanzi a un avvenire ancora consociativo e trasformista. Il cambiamento dipende da una sola cosa: dal ritorno alle urne della maggioranza dei siciliani, non tutti ridotti a plebe clientelare, non tutti rassegnati alla rovina”.



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