Le Ali alla Sicilia: Made in Sicily

Le Ali alla Sicilia: Made in Sicily
6 ottobre 2012

“La produzione di beni alimentari soffre. Nei campi molti frutti restano sugli alberi. Gli agricoltori sono pagati in misura tale da non giustificare tanto lavoro. In queste condizioni scarseggiano gli investimenti. Nel 2011 è cresciuta solo la coltivazione degli ortaggi (2,7%), mentre scendono le coltivazioni arboree (-6,2) e anche la produzione di vino (-15%). L’industria della trasformazione e conservazione boccheggia. Eppure c’è un mercato in potente crescita, nel mondo, ed è quello dell’italian sounding, di quello che sembra italiano, spesso falso.  Il suo valore è stimato in 60 miliardi di euro all’anno. L’economia siciliana potrebbe ambire ad occuparne una parte, se solo la regione fosse un facilitatore, anziché un ostacolo”, è quanto sostiene LeAli alla Sicilia.
“I prodotti della nostra terra hanno qualità superiore a quel che viene spacciato come italiano, o che dell’Italia cerca di imitare il gusto e il valore. Il fatto è che le nostre imprese sono troppo piccole per affacciarsi su quel vasto mercato, prive di credito e di reti capaci di aiutarle seriamente. La regione spende paccate di quattrini per partecipare a fiere e incontri internazionali, che si traducono in gite per gli invitati. Si spendono risorse per promuovere la Sicilia, che non ha alcun bisogno d’essere promossa, mentre si trascura di dare valore al Made in Sicily. Si prova ad attirare turismo mostrando delle foto, salvo poi non sapere come portare i turisti nei luoghi ritratti, dove farli alloggiare e dove farli mangiare, ma non si attirano consumatori verso i prodotti siciliani, che restano sconosciuti”.
“Se si lavorasse sulle catene di distribuzione, ad esempio in un Paese come la Cina, non basterebbe l’intera produzione di vino e conservati per alimentare la domanda potenziale che colà si nasconde. A questo dovrebbe lavorare un’amministrazione pubblica che avesse a cuore la crescita economica della regione, anziché curare solo i propri affari. Basterebbe stipulare accordi con controparti che non aspettano altro, e offrire ai nostri produttori uno scaffale esposto sulla ricchezza. Invece si buttano soldi e si coltiva la miseria”.



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