L’invasione asiatica

L’invasione asiatica
4 novembre 2012

In appena due giorni l’Italia ha appreso che proprio essa è il primo approdo dell’invasione asiatica. Proprio l’Italia, con la sua ormai diffusa povertà culturale, si appresta a essere il tramite per l’avveramento della profezia degli anni Venti di Paul Valery: l’Europa sarà presto, anche politicamente, ciò che è geograficamente: “un’appendice del Continente asiatico”.

Nei giorni passati, infatti, i Cinesi hanno comunicato di essere pronti a finanziare la costruzione del Ponte di Messina, e quasi contemporaneamente abbiamo saputo che ben 13.000 immigrati hanno aperto attività commerciali in Italia. Oltre il 50% di questi immigrati sono cinesi.

C’è da preoccuparsi? Sicuramente no. E’ giusto che in anni di globalizzazione le frontiere siano aperte e che il commercio sia libero. Soltanto in questo modo il consumatore potrà risparmiare, perché l’attività dell’immigrato e le sue importazioni progrediscono solo e soltanto se sono competitive.

Non è di questo, quindi, che dobbiamo preoccuparci, quanto piuttosto del fatto che le nostre imprese non riescono più a essere competitive e vanno via via cessando di vivere, creando disoccupazione e malessere sociale. Resistono ancora quelle imprese che aggiungono alle materie prime lo stile italiano, ancora stimatissimo nel Mondo, e quelle che sanno rinnovarsi.

Il punto nodale della questione è proprio questo: rinnovarsi. Se, però, mancano i talenti capaci di creare nuove realtà economiche e scientifiche, questo rinnovamento non ci sarà e non ci sarà neppure la capacità di creare valore aggiunto, che renderà competitive le nostre produzioni nel mercato globale. Esse chiuderanno e i nostri operai prima protesteranno e poi finiranno operai di una società cinese, che acquisterà la loro azienda. I giovani talenti andranno via e noi scenderemo sempre di più nel livello culturale scientifico e culturale tout court.

Allora le domande alle quali rispondere, per trovare le cause vere e i rimedi, sono altre: perché in Italia i talenti fuggono all’Estero (200.000 ogni anno negli ultimi dieci anni)? Perché le imprese sono costrette a vegetare in quelle che sono divenute ormai pedisseque abitudini?

Le risposte non sono difficili e già in tanti le hanno espresse quasi accoratamente. Se i giovani talenti espatriano, è perché in Italia nessuno premia il merito; anzi, in troppi hanno paura del merito, perché esso deriva da menti pensanti, che tutte le Istituzioni, politiche e religiose, non vogliono. E non le vogliono le loro piccole menti fideistiche perché o non le comprendono o non le possono controllare. Preferiscono, quindi, farle fuggire all’Estero, allontanando così il nemico, ma impoverendo il Paese. Preferiscono parlar d’altro i partiti e i movimenti politici e persino i sindacati. Questa è la loro grande colpa, più grande ancora della immoralità ormai troppo diffusa.

Di questa classe politica e religiosa è anche la colpa di una diffusa mentalità antimercato e statalista, che ci ha regalato l’inimicizia con il merito e le difficoltà a intraprendere qualsiasi attività. Troppe pastoie burocratiche con norme affidate troppo spesso a burocrati ottusi, che riescono a bloccare per anni ciò che potrebbe cominciare subito.

Infine, quando la forza dell’imprenditore ha vinto, ecco lo Stato piombargli addosso e rapinargli – sì, rapinargli! – oltre il 50% non di ciò che ha guadagnato, ma di ciò che presume che egli abbia guadagnato. Spesso, quindi, persino l’investimento stesso.

Poi, spinto dalle clientele, crede di rimediare, distribuendo a pioggia contributi, che saranno investiti non dai talenti, ormai all’Estero, ma dai meno capaci di comprendere le nuove esigenze.

Ecco perché l’Italia è il primo approdo dell’invasione asiatica: siamo rimasti soltanto coloro che siamo disposti a svendere le nostre ultime ricchezze, che non sappiamo far fruttare, e poi, quando non avremo più altro, anche noi stessi, come si sta facendo, nel suo piccolo, anche a Cefalù, se serve un esempio.



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