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Il racconto di una studente in treno
La loro arma è la paura

La loro arma è la paura
13 aprile 2017

Allarme bomba. Uomo grida in metro. Camion sulla folla. Spari per la strada. Sono questi i titoli sempre più frequenti dei notiziari e dei lanci dei giornali. Così presenti da sembrare normali, così continui da averci fatto l’abitudine. Echi lontani, titoli da brividi ma in fondo fuori dalla preoccupazione di chi come noi vive piccole realtà isolate o secondarie, dove non ci sono posti affollati che potrebbero suscitare l’interesse dei terroristi. Fino a quando non si ha modo di scoprire davvero quali effetti provoca quel terrore, e che anche quelli possono riguardarci, una mattina come un’altra, in viaggio verso la città.

“Martedì scorso mi stavo recando a Palermo in treno per sottopormi
a un test universitario. I vagoni erano semivuoti, non essendo una tratta da orario tipicamente pendolare; con il bel tempo si è popolato anche di turisti stranieri che si spostano per visitare la bella città. A Bagheria, ultima fermata prima di raggiungere il capoluogo, il treno sembrava non ripartire più. Ero immersa nelle chiacchiere con un’amica, quando sentiamo in lontananza la voce del capotreno dire “allarme bomba”. Ci siamo scambiate uno sguardo dubbio e incredulo, poi il capotreno ha raggiunto il nostro vagone: “C’è un allarme bomba, non possiamo raggiungere la stazione centrale di Palermo, dobbiamo attendere”.

Accanto a noi si erano sistemati un uomo e una donna giovanissimi, con la loro bambina piccola nel passeggino, ci hanno subito chiesto qualche chiarimento nella loro lingua, così abbiamo improvvisato delle spiegazioni e qualche sorriso, per trasmettere una parvenza di tranquillità. In fondo noi eravamo fermi a Bagheria, al sicuro. Neanche loro hanno fatto una piega, ma avevano capito. Solo dopo ho pensato che probabilmente sono migliori di noi italiani nella padronanza emotiva. Non sapendo come si sarebbe evoluta la circostanza, mi sono organizzata con un paio di telefonate per avvisare dell’eventuale ritardo, o trovare possibili alternative per arrivare in città: i miei impegni rimanevano la mia priorità. A quel punto ho provato una forte scarica di adrenalina, cioè nel momento in cui ho realizzato che l’intoppo che stavo vivendo poteva rivelarsi molto più importante di qualsiasi esame, di ogni ragione che ci fa convinti di essere inossidabili o chissà, immortali.

Qualcosa o qualcuno stava decidendo per me là fuori. Sono questi i pensieri che si arrivano a fare quando ti accorgi che i titoli urlati sui giornali, per alcuni, ogni volta, sono paure vere. Il treno ha ripreso la sua corsa dopo circa 15 minuti, quel pacco non era una bomba e l’allarme era rientrato, ma ci siamo arrestati ancora a Ficarazzi, una piccolissima stazione non inclusa nella tratta regionale Messina-Palermo. “Che succede ancora?” – di nuovo gli stessi sguardi, di nuovo quel dubbio quasi angoscia. Il capotreno è sopraggiunto proprio dietro di noi per aprire la bussola e poi ha alzato la voce: “che deve fare? Deve salire o no?”

Fuori dal finestrino una donna stava poggiando il giubbino su una panchina e con l’altra mano teneva il cellulare: “Io sul treno non risalgo”. Era agitata. Aveva chiamato la fermata d’urgenza per non proseguire la corsa, era entrata nel panico e il panico aveva cambiato la sua giornata. Intorno alle 10.45 il treno si è fermato alla stazione centrale di Palermo, la famiglia straniera è scesa e poi anche noi. La stazione era semi deserta. A passo svelto ci siamo allontanate verso l’uscita, non distinguevo più l’agitazione per l’esame dalle emozioni che si erano accavallate l’una sopra l’altra come giocatori di rugby durante il match.”

L’incerto può sconvolgere tanto quanto un pericolo evidente. Il terrorismo dilaga, non con il numero di attentati, ma si promuove di testa in testa, di immagine in immagine, per la mancanza di appigli, per quell’impreparazione che potrebbe fregarci una sola volta o tutte le volte, se non lo combattiamo nelle nostre menti, se non fortifichiamo le nostre coscienze.



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