Salvini a Cefalù e quelle buone abitudini andate via assieme alla prima repubblica

Salvini a Cefalù e quelle buone abitudini andate via assieme alla prima repubblica
13 giugno 2020

Un tempo, non troppo lontano, di fronte ad alcuni accadimenti o ad alcune ombre arrivavano puntuali le dimissioni

Purtroppo questa buona abitudine e andata persa, negli ultimi anni ha preso campo una nuova dottrina: chi invoca le dimissioni è giustizialista e manettaro, viceversa un buon garantista crede e deve credere nei diversi gradi di giustizia e solo a termine di questi, caso mai, ci si può dimettere. Prima – è il sottotesto – è da idioti.

Il caso Samonà e i ‘monaci dell’onore’

Un caso del genere – benché appartenga al passato – dovrebbe generare un sussulto in chiunque sia animato da buoni propositi nel far politica e, dovrebbe indurre alle auto dimissioni oppure – perché no – gli altri a pretenderle. Qui, la logica del ‘panta rei’ non regge; dire che si tratta di fatti avvenuti vent’anni fa non basta. E’ una vergogna senza fine che un popolo oppresso, deriso e offeso nella sua identità venga rappresentato proprio da chi inneggia(va) alle SS Naziste. Una di quelle cose che dovrebbe spingere anche il più mite, il più conciliante e finanche il più opportunista degli attori politici, soprattutto di chi sta al governo regionale, a prenderne dannatamente le distanze. Le scuse e le spiegazioni sono da bollare come irricevibili. Punto. Puoi essere di destra, sinistra, centro o dove tira il vento ma tutto ha un limite e qui è stato abbondantemente superato. I siciliani non meritano di esser rappresentati – soprattutto nella loro identità – da chi, intellettualmente e ideologicamente ha simili macchie nel passato. E non c’è buona famiglia che tenga, con buona pace per Nello Musumeci. Per il presidente della Regione Siciliana sembrava essere la cosa migliore e più importante da far sapere sul neo assessore ai Beni Culturali. Manco ci interessasse la ‘linea di sangue’ o il pedegree.

Salvini a Cefalù: abbiamo perso tutti ma ha trionfato la democrazia

La sfilata, il cannolo e i selfie. Il copione è ben rodato, piace agli elettori, piace sui social. Perché metterlo in discussione?
Probabilmente Matteo Salvini avrebbe ricevuto lo stesso trattamento una volta messo piede a Cefalù, ma di certo la bufera Samonà e in generale l’Assessorato ai beni culturali alla lega, hanno reso gli animi ancora più tesi ed hanno portato tanta gente “moderata” a gridare a squarciagola il suo disgusto e il suo disprezzo verso il leader di via Bellerio e i suoi accoliti.
Vicerversa si potrebbe anche dire che Cefalù non si è presentata come cittadina ospitale qual è, che gli assembramenti andavano previsti e impediti da chi di dovere – leggasi sindaco – che il dissenso si esprime in altri modi senza trascendere negli insulti e tanto tanto altro. Ma stavolta ha vinto la democrazia, quella vera, quella di pancia, quella che allo stesso Salvini è piaciuto tanto solleticare per anni.

Cefalutani e non “lappani”

Chi sta dalla parte del leader leghista afferma che i contestatori arrivavano da fuori, erano pochi eccetera, il repertorio è noto. Le camice verdi di trinacria raccontano infatti, di un bagno di folla per il leader sovranista.
Chi manifestava invece sostiene che a dar manforte al Matteo nazionale siano giunte in soccorso “truppe cammellate” dal capoluogo, altrimenti tanti saluti al bagno di folla.
Cefalù, per quanto venga definita cittadina, è numericamente ancora abbastanza piccola per permetterci di (ri)conoscerci, un po’ tutti almeno “di vista”. In entrambi “gli schieramenti” c’erano “cefalutani” questo è certo e per questo la democrazia ha trionfato. Com’è lecito manifestare contro, è altrettanto lecito sentirsi rappresentato da un certo politico e da una certa ideologia e dunque decidere di accogliere onorevolmente il leader di questo o di quell’altro partito.
Allo stesso modo, far sentire il proprio dissenso è indubbiamente la quintessenza della democrazia. Esprimere le proprie idee senza timori, senza riserve né paura. Forse è questo il vero regalo che ci ha fatto Matteo da Pontida. Ha fatto riscoprire – suo malgrado -ai cefaludesi che possono e devono dire la loro. Che se una cosa proprio non va giù, allora è il caso di far sentire la propria voce con maggiore forza, senza farsi zittire, censurare, intimidire.
Erano anni che non si respirava una simile libertà a Cefalù, i silenzi assordanti ci avevano ormai abituati, assuefati.
Si spera che questo ritrovato slancio di libertà e di democrazia attiva non abbia alcun nesso causale con la contingente marginalità del Salvini post Papeete, e che la stessa cosa sarebbe accaduta anche quando la nave del capitano andava a gonfie vele. Altrimenti la storia assumerebbe connotati meno epici.



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