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Parole vietate in barca dai pescatori cefaludesi: la lista tramandata in silenzio

Irene Cardiledi Irene Cardile· 16/08/2026 12:36
Parole vietate in barca dai pescatori cefaludesi: la lista tramandata in silenzio

Nel cuore della tradizione marinara cefaludese esiste un codice non scritto, tramandato da generazione a generazione sui pont delle barche da pesca: una lista di parole vietate, termini che i pescatori locali evitano rigorosamente durante le battute in mare. Non si tratta di superstizione moderna, bensì di una pratica radicata nel folclore mediterraneo, dove il linguaggio assume un significato rituale profondo e il silenzio su certe cose diviene protezione.

Il tabù del linguaggio in mare: origini e significato

La tradizione del silenzio selettivo tra i pescatori cefaludesi affonda le radici nella cultura marinara medievale. Le parole proibite non sono casuali, ma rispondono a una logica ancestrale legata alla Superstizione|superstizione marittima e al rispetto verso forze che gli antichi pescatori consideravano incontrollabili. Chi naviga sa bene che il mare rimane, nonostante la tecnologia moderna, un ambiente dove il controllo umano ha confini fragili.

Secondo gli anziani della comunità, pronunciare certe parole a bordo attira sfortuna, naufraggi, reti vuote o malattie improvvise. Non è paranoia, ma una forma di gestione del rischio linguistica, dove il tabù linguistico funge da protezione psicologica e culturale. "Le parole hanno peso," ripetono ancora oggi i pescatori più anziani, durante le pause sulla banchina del porto.

La lista tramandata in silenzio include termini legati a disgrazie, morte, malattia e persino nomi di animali considerati di cattivo presagio. Il porco, ad esempio, non si nomina mai: viene chiamato "l'animale" o semplicemente indicato con un gesto. La parola "morte" è completamente abolita dal lessico marittimo cefaludese, sostituita con eufemismi che variano a seconda della circostanza.

Quali sono le parole vietate nella tradizione cefaludese

Tra i termini più rigidamente proibiti figurano quelli collegati a disgrazie immediate: "naufragio," "tempesta" (sostituito da "brutto tempo"), "annegamento." Neppure si parla di "morte," preferendo espressioni come "andare al riposo" o "tornare a casa." Il nome del porco è tabù assoluto, eredità di antichissimi riti pagani dove il maiale era legato a divinità infere.

Sorprendentemente, anche il nome di certe malattie è evitato: si sussurra piuttosto che gridare il nome della malattia stessa, come se l'atto del pronunciamento potesse richiamarla. La tubercolosi, storicamente mortale tra i marinai, non si nomina direttamente; similarly, il colera — che ha decimato le comunità costiere siciliane nel passato — è sostituito da perifrasi vague.

Anche il numero tredici, simbolo di sventura nelle pratiche rituali marinare, non compare nei nomi delle barche cefaludesi né nei turni di lavoro. Le partenze raramente cadono il tredici; le reti si contano sempre escludendo questo numero dal conteggio verbale.

Pratiche scaramantiche e rituali moderni

Accanto alle parole vietate, i pescatori cefaludesi mantengono rituali di protezione che compensano il silenzio selettivo. Prima di partire, molti ancora oggi si rivolgono a protettori spirituali della comunità marinara, chiedendo benedizioni che fungono da contrappeso al male evitato attraverso il non-detto.

Il rituale della benedizione della barca, praticato ancora oggi soprattutto durante la Pasqua e le festività mariane, rappresenta un momento in cui le parole riprendono potenza positiva. Vengono pronunciate preghiere specifiche, nomi di santi, invocazioni a Maria Santissima — tutto linguaggio che "protegge" rispetto al linguaggio che "minaccia."

Un pescatore cefaludese intervistato informalmente, che preferisce l'anonimato, ha condiviso come anche oggi, con i GPS e le radio VHF, i giovani marinai vengono educati al rispetto di questi tabù. "Mio nonno non tollerava parolacce in barca, ma soprattutto evitava certi termini. Io ho imparato a fare lo stesso. Non lo faccio per paura, ma per rispetto alla tradizione e, onestamente, perché il mare comanda ancora."

La trasmissione orale in pericolo

Con il progressivo abbandono della pesca tradizionale, questa conoscenza rischia di scomparire. I giovani cefaludesi scelgono sempre più turismo e servizi piuttosto che la vita di mare, e con loro se ne va anche il linguaggio specifico della marineria locale. La lista delle parole vietate, tramandata oralmente senza mai essere scritta formalmente, diviene sempre più frammentaria e vaga.

Iniziative culturali recenti a Cefalù, come quelle promosse da associazioni di preservazione del patrimonio immateriale, stanno cercando di documentare questi saperi prima che vadano perduti. Interviste registrate con pescatori anziani, pubblicazioni locali, laboratori didattici nelle scuole: sono gli strumenti moderni per salvare una tradizione che ha retto per secoli attraverso il semplice passaparola.

La lista vietata dei pescatori cefaludesi rimane, quindi, un affascinante specchio della mentalità marinara siciliana: una comunità che ha imparato a rispettare il mare non solo con gesti e rituali, ma anche con il potere — e il potere del silenzio — delle parole stesse.

Irene Cardile
Irene Cardile

Irene ha vissuto per un anno a Cefalù come volontaria in un’associazione culturale, organizzando eventi sulla tradizione siciliana. Da appassionata di social, racconta itinerari accessibili e attività per giovani viaggiatori con un occhio pratico e moderno.