La battaglia per le aziende strategiche

La battaglia per le aziende strategiche
18 ottobre 2013

Alla presentazione dell’ottavo rapporto di Nomisma “Nomos & Kaos” del 2012 sulle prospettive economico-strategiche (1), il direttore1_html_m20a26c3c1 generale di Finmeccanica Alessandro Pansa ha spiegato all’uditorio presente la vera e decisiva posta in ballo nella partita mondiale della crisi globale: la lotta per il mantenimento o la perdita d’interi comparti industriali high tech con il relativo know how tecnico-scientifico. Tra qualche anno secondo Pansa, alla fine della crisi iniziatasi nel 2008, sarà ridisegnata la divisione internazionale del lavoro, alcune nazioni oggi industrializzate si ritroveranno prive di interi comparti industriali, costrette a contare esclusivamente sui servizi, il turismo, la moda, la finanza e i settori a basso contenuto tecnologico dell’industria. La ristrutturazione mondiale in corso (la cosiddetta crisi) è una lotta senza esclusione di colpi tra le nazioni il cui bottino principale è rappresentato dal mantenimento e dall’accrescimento della propria potenza industriale, in particolare nei settori ad alta tecnologia, high tech, quelli che contano veramente per la potenza.
Questa lotta, così delineata dall’ad di Finmeccanica Pansa, s’inserisce all’interno di una più vasta competizione strategica mondiale tra diverse nazioni che si contendono l’egemonia, contestando quella odierna e planetaria degli USA.
La potenza è un insieme complesso di soft e hard-power, insieme alla disponibilità di risorse energetiche, alimentari, finanziarie, unita a fattori come l’industria, la demografia, la qualità genetica della popolazione, le infrastrutture, i servizi, le forze armate, le capacità politico-strategiche della classe dirigente etc.
Ma in ultimo, il fondamento della potenza, il nocciolo interno che sta alla base della forza, è rappresentato dal possesso dell’industria e del know how scientifico e tecnologico nei settori ad alta tecnologia, quelli high tech, che operano nei comparti strategici della difesa, dell’aerospazio, dell’elettronica, delle telecomunicazioni, delle nanotecnologie, della biotecnologia, della chimica, dei computer e dei software, della robotica, etc. Mantenere il predominio in questi settori, ed esserne all’avanguardia, è la questione prioritaria. Tutto il resto diventa secondario, uno strumento accessorio a questo nucleo della potenza. E sono pertanto questi settori la vera posta della contesa mondiale, come ha spiegato Pansa.
Questo discorso vale ovviamente solo per quelle nazioni la cui classe dominante mira al proprio sviluppo economico e quindi alla potenza, avendo una precisa volontà politica in tal senso, oltre ai prerequisiti numerici di base; o per paesi che quantomeno puntano a contenere la sfera d’influenza degli USA attraverso la costruzione di poli alternativi, soprattutto se non hanno i numeri sufficienti per controbilanciare da soli e direttamente la potenza egemone. Il problema neanche si pone per quelle nazioni la cui classe dominante, per scelta o per forza, si accontenta del quieto vivere (del “burro”) a rimorchio di una grande potenza; altre nazioni di media grandezza possono giostrare tra vari poli e varie aree di influenza trattando la propria adesione a questo o quel campo cercando di tutelare il più possibile i propri interessi e il proprio status politico-economico.
Le nazioni potenzialmente in grado di contrastare la forza egemonica degli USA nel XXI secolo sono la Russia, la Germania, la Cina, il Brasile, l’India, attorno a cui possono orbitare e coagularsi in alleanze variamente definite un certo numero di nazioni.
I prerequisiti per la nascita e l’affermazione, in una nazione, d’industrie ad alta tecnologia sono l’appoggio e la difesa del governo centrale di questi settori cruciali, con grandi programmi e stanziamenti per la ricerca e lo sviluppo (R&S) nella scienza e nella tecnologia, in collaborazione con le università, le scuole, le imprese e l’esercito.
La storia economica insegna che la maggior parte di queste industrie high tech nasce nel contesto di programmi apertamente militari (o mascherati da programmi civili con la produzione di tecnologie dual-use); quando queste industrie raggiungono una stazza tale da consentirle una sopravvivenza autonoma – se non un aperto dominio- nel mercato regionale e/o mondiale, continuano comunque ad operare in sinergia con il proprio governo, per quanto questo si professi estraneo alla sfera economica e ufficialmente liberista.
Tutto questo è “Big Science”, una prassi che ha trovato il suo battesimo negli USA – e là continua ad avere la sua più completa realizzazione – con il progetto Manhattan della seconda guerra mondiale.
E’ solo all’interno della “Big Science” che può crescere la “Small Science” e trovare terreno fertile lo sviluppo economico, e non la semplice crescita economica che è un dato puramente quantitativo e non qualitativo che non tiene conto delle caratteristiche profonde e decisive di una determinata economia.
Per valutare la bilancia della potenza a livello mondiale e la contesa in atto di cui parlava Pansa, bisogna quindi guardare al nocciolo, oltre la cortina fumogena dei tecnicismi finanziari ed economici su cui si concentrano e si scannano a non finire noiosi accademici, guru e complottisti.
Al di là delle eterne e inconcludenti discussioni su inflazione e deflazione, volume di debito e deficit, pil e spread, tassi di interesse e valore delle azioni di borsa, rigore e spesa, teoremi di Keynes e di  Smith, interventismo e liberismo, nazionalizzazione o privatizzazione, etc., il punto centrale è che il cuore della potenza è rappresentato dal pragmatico possesso, dalla capacità di fare sistema e dal controllo (diretto o indiretto, al di là dei formalismi giuridici ed ideologici) delle industrie operanti nei settori high-tech, quelle realmente decisive per lo sviluppo economico e il primato militare, da parte del ceto dirigente politico di una nazione.
Quello che alla fine conta, al di là dalle chiacchiere, è il “ferro”, la forza dell’alta tecnologia e non la “carta” delle banconote e “l’aria fritta” delle ideologie economiciste e finanziarie. Il mondo, per riprendere la citazione iniziale di Archimede, non si solleva con la carta e la fuffa di certe ideologie, ma con il progresso delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, sempre in continuo divenire.
Le nazioni che meglio sanno sviluppare le potenzialità della scienza e della tecnica attraverso la “Big Science” sono anche quelle che godono automaticamente anche del maggior soft -power, essendo il progresso tecnico e scientifico la chiave di volta per il miglioramento delle condizioni economiche e materiali della vita dei popoli e quindi un simbolo di efficienza, capacità di un sistema-paese e del benessere, delle opportunità e dei sogni che può offrire alle aspirazioni degli individui.
Chi non tiene conto di quanto fin qui detto non afferra l’essenziale e si ferma alla superficie non cogliendo l’andamento della contesa mondiale.
Il parametro di valutazione della potenza basato sul possesso delle industrie high-tech vale per gli USA come per il resto del mondo.

 

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