Rito della Luce, intervista ad Antonio Presti

Rito della Luce, intervista ad Antonio Presti
18 giugno 2014

Antonio PrestiPer il quinto anno dalla nascita della scultura di Mauro Staccioli, si rinnova il Rito della Luce. Il 21 e 22 giugno riapre la Piramide nel giorno più lungo dell’anno, quando il sole è allo zenit. Quali motivi la spingono a confermare questo impegno?

“Penso che mai come in questo momento il mondo abbia bisogno dell’energia che scaturisce da una ritualità pura e partecipata. Il mondo ha bisogno di un futuro che si nutra di Bellezza e conoscenza, di una luce rigeneratrice. In un momento in cui la società ha smarrito ogni senso di dignità e Bellezza, sono sempre più convinto della necessità di restituire una ritualità che, nella sua semplicità, sia capace di parlare non solo ad artisti e intellettuali ma anche al cuore della gente. Ho scelto il giorno più lungo dell’anno, quello in cui la luce vince le tenebre, per sottolineare il senso della ritualità che è emozione ma è anche ragione, utopia che diventa realtà. I riti legati al culto del sole – che a livello microcosmico, riproducono la struttura dell’intero universo – sono stati praticati da sempre dalle popolazioni, di qualsiasi latitudine, in momenti di grave crisi o grandi carestie, in cui si avvertisse il bisogno di rigenerare il mondo, avviando un processo di nuova creazione.Spero che chi verrà alla Piramide possa trarre la forza per una rinascita interiore”.

Dall’alba al tramonto, perché?

Quest’anno, nel giorno del Solstizio d’estate vedremo sorgere e tramontare il sole dallo stesso punto.Il Rito seguirà il ciclo della luce: si nutrirà di essa dalla sua genesi al suo calare. Ci colmeremo di luminosità inspirando profondamente l’alba e restituiremo al tramonto quel lungo respiro luminoso. In questa restituzione d’anima e luce, offriremo al Cosmo una rigenerazione attraverso noi stessi. Il Rito sarà quest’anno sigillo del divenire: stesso punto di partenza, stesso punto d’arrivo e compimento.Nutrendosi di quella luce circolare dall’alba al tramonto, tra cielo e terra, il Rito diventa rapporto con la luce universale, per elevarsi con la purezza di un bambino che guarda meravigliato verso l’alto.

Come è nata l’idea di realizzare una Piramide in quel luogo?

 

“Per me è stato importante affrontare l’interazione con il luogo e il paesaggio non solo dal punto di vista estetico, ma anche simbolico. Così è nata l’idea di realizzare una Piramide in questo luogo magico che avevo scoperto vent’anni fa. Inizialmente avevo scelto quest’altura per realizzare un tempio di poesia, un tempio di colonne. Poi a causa dei tanti processi giudiziari, subiti per la Fiumara, mi sono dovuto fermare. Poi la svolta. L’accadimento universale ha voluto che lì non sorgesse più il tempio di poesia, ma la Piramide che è tempio legato a un archetipo universale. Ho voluto affidare alla nuova opera un pensiero di rinascita e di sacralità, affermando il valore etico ed estetico dell’opera d’arte e l’impegno che l’arte e gli artisti si assumono rispetto alla società”.

 

Cosa racconta la “Piramide – 38° Parallelo” all’uomo contemporaneo?

 

“La Piramide non è autoreferenziale rispetto al potere temporale, ma vuole affermare il potere della spiritualità. Con l’artista locandina (6)Mauro Staccioli abbiamo concepito una piramide che è emergente. E qui il termine emergenza ha un doppio valore simbolico. Emergenza in quanto necessità di restituire bellezza, ed emergenza come metafora del nascere. Così la Piramide, in quanto cima di una cima, si eleva dalla montagna. È in ferro perché figlia delle pietre ferrose di cui si nutre e ammonisce il potere che si è dato come livello la mediocrità. Un potere che non progetta più futuro. Infine è autorevole perché parla agli uomini contemporanei, risvegliando le coscienze implose in stati emozionali.”

 

Durante il Rito della Luce la poesia, la musica, il canto, la danza concorrono alla rigenerazione attraverso l’emozione e la spiritualità…

 

“Vogliono farci intendere che il rito della contemporaneità è essere schiavi e sottomessi alla dittatura del consumismo, figli di una globalizzazione che trova nel ‘nulla che si nutre di niente’ il suo nutrimento. È ovvio che parlare di memoria, di spiritualità, di emozioni può sembrare quasi sovversivo. Qui non c’è da comprare o da vendere nulla. L’unica offerta è alzare gli occhi verso il cielo. Noi non siamo pecore che a testa bassa mangiano quello che trovano. Siamo uomini e donne che a testa alta cercano di riconnettersi agli stati universali per essere protagonisti del loro futuro. Questa è la potenza del Rito che, attraverso la poesia e l’azione che attiva gli stati emozionali più profondi, indica una strada diversa di riscatto e di speranza. Questo è il messaggio che voglio dare ai giovani attraverso il Rito. L’arte diventa politica ed è la politica della Bellezza che io intendo portare avanti”.

 

L’essenza stessa del rito è l’essere perpetuato, lei come pensa di consegnarlo e garantirlo per il futuro?

 

“Questo argomento è stato, per me, un’occasione di grande riflessione. L’aspirazione è donarlo alle nuove generazioni.  Legarlo sempre ad una praxis di azione che trova nei ragazzi e nelle scuole il campo della semina. Se penso al Rito nel futuro immagino le nuove generazioni che scelgono la cultura e il pensiero come nutrimento. Penso a intere generazioni di giovani del territorio che, cresciuti ed educati alla Bellezza, facciano del Rito della Luce un’esperienza che si rinnova ogni anno della loro vita e di quella dei loro figli. Un dono pienamente compiuto che diventa proprietà etica, spirituale ed emozionale di tutte le generazioni future. Un Rito non può essere riconosciuto se la sua anima non è la semina.”

 

E’ di questi  giorni la notizia della firma di un protocollo d’intesa tra la sua Fondazione, la Provincia regionale di Messina e il Comune di Santo Stefano di Camastra per la creazione di una Accademia. E’ questa la creatura che ha scelto per donare la sua storia e per garantirne l’esistenza e la resistenza ?

 

“Da tanto tempo è maturata in me la consapevolezza che l’unico modo di garantire la continuità era quella di legarla all’educazione delle nuove generazioni. Due sono i pericoli che la mia storia corre: l’istituzionalizzazione delle opere che allontanerebbe  il contatto diretto e imprescindibile con la contemporaneità e l’oblio. Alla storia contrastata della nascita delle opere della Fiumara d’Arte potrebbe seguire la loro distruzione a causa di una mancata manutenzione ordinaria, conservazione e fruizione nel tempo. L’accademia sarà chiamata ad assolvere a questo importante compito: educare alla conoscenza, alla conservazione e al restauro della Fiumara d’Arte e, attraverso il riconoscimento dell’opera nel rispetto della materia, perpetuare e conservare anche il valore simbolico, etico ed estetico del mio progetto.L’accademia sarà presidio ma nello stesso tempo avamposto di bellezza per il territorio, fucina di idee, ma anche polo di eccellenza che darà centralità culturale a un luogo che negli ultimi anni ha patito una marginalità non solo politica ed economica, ma anche etica ed estetica”. 

 



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